Mientras revisaba la página web de la Cucina Italiana, me conseguí la historia que narra el origen del panettone.

Este postre ya universal se consigue hoy en día en cualquier supermercado prácticamente a nivel mundial. En los países de habla castellana ya pasó a ser “el panetón”.  Ya en alguna oportunidad les había copiado la receta que se hace en casa (https://sabordefamilia.com/?p=785).

Para preparar la levadura madre, les copio el video que apareció en misma  revista (http://www.lacucinaitaliana.it/default.aspx?idPage=2412) y luego la parte final para la preparación (http://www.lacucinaitaliana.it/default.aspx?idPage=2429)

Y en cuanto a la historia, allí les va…

Editoriale

Nelle cucine di Ludovico il Moro, in una vigilia di Natale sul finire del 1400, un uomo grande e grosso piangeva tutte le sue lacrime. Era il capocuoco del duca e la torta a sette piani che aveva con tanta cura preparato per onorare gli ospiti del suo Signore s’era ridotta a un ammasso di crosta bruciacchiata.
Ma un garzone di nome Toni aveva nascosto per sé un po’ di quell’impasto di farina bianca già lievitato. L’andava a riprendere, lo mescolava con altra farina, aggiungeva tuorli e zucchero e burro. E poi uva sultanina e canditi di arancia e di cedro e un pizzico di vaniglia. L’impasto cresceva cresceva sino a diventare una piccola montagna. Era nato, secondo la leggenda, il panettone, o pane di Toni, che deliziò il duca milanese e fece la fortuna dello sguattero.
A Milano non c’era Natale senza panettone. Giuseppe Fontana, poeta dialettale e chef, dal 1905 al 1929, del “Savini”, magnifico tempio della cucina milanese con i suoi specchi, i velluti rossi e i candelabri, lo celebra in rima: “Quand che vedi su la tavola/ sua altezza el panetton,/ mi de bòtt diventi allegher/ e ghe canti la canzon./ La canzon che le fà Re/ de tutt quanti i dolz che ghè.” Un altro milanese, Carlo Emilio Gadda, negli anni romani si concede, ipotizza Arbasino, “qualche grosso panettone, portato con cura alla Camilluccia in autobus, e assaporato da solo, a grosse fette, con qualche rimorso”.
A Dario Fo va il merito di una accalorata difesa. L’attor comico e premio Nobel scriveva in una lettera inviata anni fa a un quotidiano: “Possono incendiarmi l’albero di Natale, tingere le pecorelle del presepe di viola… mettere le corna del bue all’asinello… farmi a pezzi la stella cometa, ma il panettone no, perdio! Non si tocca.”
E siccome non è vero che a Natale siamo tutti buoni, Enzo Jannacci canticchiava con swing: “Quelli che la notte di Natale scappano con l’amante dopo aver rubato il panettone ai bambini.” Oh yeah! Le parole della canzone le aveva scritte un giornalista geniale, milanese di via Lomellina, Beppe Viola.
Non al panettone ma ai suoi confratelli sparsi in tutta Italia, i tradizionali pani delle feste, abbiamo dedicato il servizio di pag. 184. Perché a Natale, è fuor di dubbio, non può mancare un pane dolce dolce. Come il panettone.

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